Time is running out

Time is running out
αιων παις παιζων πεσσευων παιδος η βασιληιη

sabato 18 dicembre 2010

Chapeau


Pubblico di seguito il testo integrale della lettera al Direttore del Tg1 scritta dalla Giornalista Maria Luisa Busi (Sì, giornalista con la maiuscola perché se la merita eccome!).

Prima di fare ciò però vorrei dire due parole a riguardo.
Da studentessa universitaria ovviamente, per quanto la politica italiana lasci molto a desiderare, devo pur prenderla in considerazione. Questo in virtù del fatto che, come dice spesso una mia cara amica, noi votiamo. La domanda è: cosa?Chi?Perché lui e non l'altro? Queste risposte dovrebbero essere frutto di una lunga riflessione, nata dalle informazioni di base date dai media e quant'altro ci sia a nostra disposizione:incontri, pareri, pensieri, posizioni diverse. Insomma, si tratta di scegliere democraticamente cosa sia meglio per il nostro paese; il fatto è che invece, negli ultimi anni, non si vota per partito preso, per posizioni o ideologie, si vota per "il meno peggio". La mia demotivazione riguardante anche solo il prendere in considerazione la politica, allora, si è fatta sempre più forte. Rincuorante poteva essere l'utilizzo del mass media per la diffusione delle notizie ma, anche quella, ha lasciato molto a desiderare. Tra un servizio di "Lucky il cane scomparso", il concentramento mediatico sul caso di Avetrana, la Canalis e Clooney in viaggio si è persa quella che era la credibilità che mezzi di comunicazione quali le testate giornalistiche o i tg delle venti potevano offrire.
Provare ad aggiustare il mondo a partire dal nostro paese sembra dunque un'impresa disperata, ritengo che però la Sig.ra Busi abbia saputo dimostrare, ancora una volta, la sua professionalità e eticità- persa ormai da parte dei giornalisti- diventando un esempio e un modello per noi giovani, in primis, per i giornalisti e per i cittadini italiani.
Tanto di cappello allora, chissà che questo non sia che una scintilla in grado di scatenare un grande incendio. Un incendio dalle cui ceneri possa rinascere qualcosa di buono.

Ecco il testo integrale:

«Caro direttore, ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del Tg1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il Tg1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.

Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: “la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale”. Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola.

Oggi l’informazione del Tg1 è un’informazione parziale e di parte. Dov’è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perchè falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il tg1 l’ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.

L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.

Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell’affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori». Secondo la Busi «i fatti dell’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica.

Ho fatto dell’onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:

1) respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della Fnsi - le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.

2) Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di “danneggiare il giornale per cui lavoro”, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: “il tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche”. Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto.

Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni.

Sono stata definita “tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali” e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale.

Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20.

Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.

Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del Tg1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre.

Anche tu ne avresti il dovere».


domenica 5 dicembre 2010

I do believe in the fairies!I do! I do!



Tanto per sentirmi un po’ come Sarah Jessica Parker in Sex&the city...

La visione dell’amore si è momentaneamente congelata. Tristemente, tutto ruota attorno al sesso e questo, senza sminuire quello che dovrebbe essere “Il Momento”, passa come una mera azione di uso dell’altro e godimento per noi stessi. Sembra svanita- o forse dovrei dire che non è mai esistita?- la formula “...e vissero felici e contenti”. Brutta gatta da pelare, considerando il fatto che io, purtroppo, ci credo.
Credo nelle persone, nel rapporto di amore che i miei nonni e i miei genitori hanno creato; di più: credo che l’Amore non esista di fatto, ma che si possa inventare giorno dopo giorno. Ingenuamente mi verrebbe da sorridere pensando a coloro che, per una serie di motivi, hanno smesso di crederci. Se il mondo gira come sta girando ora miei cari, è perché lo abbiamo voluto noi. Se c’è crisi e se lo standard di vita è veramente decaduto questa è una conseguenza del come abbiamo voluto andasse il tutto. Questo perché la differenza la possiamo fare giacché, tanto per citarne una, il mare è formato da tante piccole gocce d’acqua. Stupidaggini quelle banalità su: donne stronze e uomini bastardi. Sì, ce ne sono, perché perfetti non siamo, ma su 7 miliardi di persone voglio sperare che almeno un’altra persona a credere a questo, ci sia. Il fatto è che non si può minimizzare tutto guardando il mondo in bianco o in nero, la perfezione non c’è: esiste però l’uomo e la donna in quanto esseri che si possono realizzare da soli, costruendo insieme un rapporto. Un rapporto fatto di sacrifici, di sostegno e di tanto, tanta felicità. Quella felicità che ci vende la Mulino bianco e che crediamo non esista. Però è proprio lì che ci sbagliamo. Esiste. Basta inventarsela. Esiste la persona adatta a noi, il P.A e la Princesse di turno, ma prima di tutto bisogna saper sperare e credere il lei. I do believe.

venerdì 19 novembre 2010

I open at the close


"I open at the close"



Il primo film di Harry Potter mi introdusse in un mondo eccezionalmente fantastico, luogo unico, spettacolare, capace di creare l'atmosfera magica che ogni bimbo ha già in se, moltiplicandola ed espandendola. Questo grazie a quella materializzazione dei personaggi che, per quanto nitidi, rimarrebbero altresì vagamente sfocati nella mente di ognuno. Harry allora cominciò a prendere realmente forma: minuto- sul serio!- con quella scodella tagliata male da zia Petunia, un po’ diversa dalla zazzera indomabile descritta dalla Rowling, occhiali lucidi, mai sporchi, trasandato alla “londinese” insomma, il classico bimbo acqua e sapone. Così l’ho conosciuto e così l’ho ritrovato in perfetta tenuta da bravo scolaro con tanto di cravatta ben annodata al collo e quel grifone rampante cucito al petto. Chi a suo tempo non avrebbe desiderato poter addentrarsi tra i cunicoli di Diagon Alley, magari passando prima al Paiolo Magico per una Burrobirra, camminare e incantarsi dinnanzi allo splendore di una lucente Nimbus Duemila? Il fascino delle Scope che prima ci sembravano tanto sudicie da non essere nemmeno guardate, passava in secondo piano e, appunto, come per magia, ecco che tutti i bimbi a cavalcioni di una vecchia ramazza provavano a sollevarsi da terra per sfrecciare a tutta velocità alla ricerca di un boccino d’oro invisibile. Bambini, si, ma chissà: magari qualche mamma appassionata, leggi che ti rileggi al bimbo, ha provato lei stessa a prendere in mano quell’utensile, vedendolo non più come un arcigno compagno di spazzate in cucina, quanto piuttosto come moderno mezzo di trasporto. Si potrebbe andare avanti ancora molto, riempiendo centinaia e centinaia di pagine ininterrottamente ma, probabilmente, si perderebbe in tal modo l’incanto che ci era stato regalato dalle pagine del libro. Parliamo del film allora, la prima parte del gran finale. Since 2001. Diciamo che se la prima dipartita dal binario 9 e 3/4 avvenne nel lontano 2001, questo Venerdì mi è sembrato di viaggiare per la penultima volta verso l’amato castello protetto da incantesimi e persone. L'ultimo film, seppur ancora per metà, ha saputo regalarmi non solo l'emozione data da un semplice colpo di bacchetta o da uno sbattere d’ali di Edvige, dal volto a cavallo di una Firebolt o dal disgustoso sapore di una pozione polisucco, quanto piuttosto un sobbalzo improvviso trasmessomi dal terrore negli occhi dei sette Potter, dal sangue colante dal- fu-orecchio di George, dai tanto sospirati primi accenni della storia d’amore fra Hermione e Ron, dall’attacco violento di Nagini, dall’urlo appagato di un Avada Kedavra scagliato con gusto. Tutto questo e molto di più, si parla di foreste innevate, di ricordi persi, di speranze ancora vive seppur tremule. Piccolezze che tuttavia, lo ribadisco, hanno saputo tenermi con il fiato sospeso sino alla fine, sino all’ultimo respiro di Dobby, sino al lampo blu di un avido Voldemort conquistata la bacchetta di Sambuco. Un noto autore che, credo, abbia influito in qualche modo l’autrice disse che tutti i grandi una volta sono stati bambini, ma che pochi di loro lo ricordano. Forse perché nel fiore della giovinezza, forse perchè esaltata dalla semi-conclusione di quello che per me è stato il leit motif della mia adolescenza- altro che generazione Mocciosa!- questa incredibile saga è stata in grado ora, a diciannove anni, di farmi ritrovare ancora una volta quella cosa che negli anni si va ad assopire: la fantasia. Mi ha ricordato che una speranza, c’è sempre, si chiami Harry Potter, si chiami Prescelto o pinco palla.

Concludo il mio pensiero, contorto ed intricato come il labirinto del torneo tremmaghi. Se al tempo cominciò anche per me l'avventura tra i corridoi e le scale di Hogwarts, ecco che adesso, in quello che per me sarebbe il settimo anno, mi ritrovo comunque catapultata in mezzo alla foresta al fianco di Harry. Pronta a correre scagliando reducto e stupeficium a manca e dritta per proteggere ciò che va protetto a qualsiasi costo, il dono più grande. Mi riferisco non ai deathly hollows, quanto piuttosto alla virtù che deve possedere il padrone della morte: l’amore.


"I open at the close."

lunedì 25 ottobre 2010

MILVA



Le città sottili


Di tante città forse Milva è la più strana.

Sporca, sbiadita e fredda. Priva di cure perché nata e vissuta nella velocità.

Bisogna camminare per giungervi, camminare molto e con passo lesto altrimenti si può perdere l’occasione e “puf”. Quella se ne va così com’è venuta. Milva non si sa come sia nata, forse per una pura casualità, forse per necessità, forse per un capriccio. Si narra che il noto guerriero di origini barbare, nonché fondatore di Milva, stanco dalle spossanti fatiche, sedutosi su di una pietra si riposasse. Poi si sa, da cosa nasce cosa: pianta una tenda qua, fai un rifugio di là, scava, su! le fognature mica si costruiscono da sole; arrivò l’inverno, poi la primavera, poi un altro inverno ancora e insomma. La gente è ancora lì a costruire. Se mai è consentito l’ingresso, è l’opprimente sensazione che gli edifici crollino addosso a porgere i primi saluti ai viandanti. Poi l’odore pesante del fumo ferroso e l’acre marciume a penetrare sin dentro le narici. La si vede e non la si vede dacché essa cambia sans cesse. Si è lì a bere un caffè e già il palazzo di giustizia comincia a colorarsi d’un plumbeo grigiore, mentre dietro ecco che s’erige una nuova cattedrale. Gli abitanti di Milva c’han fatto l’abitudine, ed di loro è assai nota la cordialità. Passano e via, niente saluti, niente sorrisi: la loro gentilezza sta nel non cominciare conversazione alcuna, perché mai vorrebbero privare i passanti di quel tempo che altrimenti verrebbe meno tanto a loro quanto agli altri. Milva é così: la si vive au jour le jour, non esiste la distinzione tra giorno e notte, il chiaro e lo scuro, il passato e il futuro, lì non c’è né l’oggi n’é il domani. A Milva vi è solo l’ora e l’adesso. Forse ci si è già passati e non ci si è nemmeno resi conto.


mercoledì 15 settembre 2010

Straniero, homme revolté, fanciullo, uomo profeta; una parola: sradicato




Non sempre “essere sradicato” significa “ricerca”. Questo in quanto per la morale comune la parola “privo di radici” assume una connotazione negativa, riferita ad una persona che si è persa, incapace di sentirsi parte di qualcosa o di provenienza lontana. Lo stesso identico valore, più simile ad una morale di vita, che seguiva Padron ‘Ntoni, diverso da quello dell’omonimo nipote che si sentiva limitato nell’orizzonte del paesino siciliano. Lo statud di sradicato, in realtà, può essere una scelta consapevole, sensata e più pragmatica di quello che si può pensare.

La parola sradicato, potrebbe essere sottilmente collegata a quella di straniero. Essere definito tale significa sapersi realizzare e saper vivere appieno senza fuggire, nonostante il timore e la paura. Questa sensazione non è che un’esigenza che si manifesta nel voler essere diversi, anticonformisti, un impulso dunque che può nascere ora dal rigetto nei confronti di una società deludente, ora da una sensazione di vuoto, ora da un’insofferenza verso tutto ciò che ci impedisce di vedere con i nostri occhi, limitandola. Chagal dipinge lo sradicato come una persona che desidera ardentemente “rivelarsi”. Lui stesso ammette: “Non vorrei essere uguale a tutti gli altri”.Egli vuole vivere alla sua maniera, vuole essere unico e irripetibile.

Essere sradicato vuol dire essere una persona distinta, essere: “uno, nessuno e centomila.”Pirandello scrive questo pensando ad un “giuoco delle parti”, partendo da una cosa insignificante, quale può essere una semplice osservazione, per poi ampliare il discorso facendoci capire che la persona sradicata è una maschera, un attore che cambia di ruolo.

Per diventare tale, occorre tuttavia scardinare ciò che le nostre radici rappresentano. Un agire che malgrado tutto è costruttivo e non distruttivo. Dice Claudio Antonelli: “Invecchiando il passato acquista un rilievo più forte, mentre il presente- come dire- si attenua e si rarefà”.Un pensiero, se così si può definire, piuttosto tradizionale e pessimista, il classico ricordo del “mos maiorum”, caro, a quanto pare, alle persone di una certa età. Lo sradicato al contrario concepisce passato e presente non più in maniera lineare ma circolare.

Lo sradicato può definirsi la personificazione dell’übermensch, dell’oltre uomo, del fanciullo nietzseschiano che sa ridere e sa accettare la teoria dell’eterno ritorno, quindi del continuo rivivere il passato. Le radici dello sradicato ci sono, eccome, con la differenza che esse non sono ancorate perennemente. Mattia Pascal potrebbe essere un’interessante figura chiave in un contesto del genere: egli sa di chiamarsi in tal modo nonostante si tratti solo di un ricordo passato, di una persona ormai defunta. Accetta questa sua condizione conscio del fatto che il nome, di per se, significa poco.Nietzsche delira mormorando “ siamo tutti i nomi della nostra storia”; Mattia Pascal ugualmente rimembra di quel suo tumultuoso passato e volta pagina, tenendo a mente quanto accaduto prima.Egli accetta tutti i nomi senza alcuna preferenza e questo lo rende staccato,un passo in avanti rispetto agli altri.

Rimane un’ultima domanda da porsi: dove vive lo sradicato? Ovunque, è la risposta più corretta. Non sapersi soli infatti significa più di quanto si possa immaginare, significa, secondo Pavese “sapere che nella terra c’è qualcosa di tuo.” L’ Étranger si risponderebbe allo stesso modo, con tutta probabilità. Ovunque c’è qualcosa che gli appartiene perché lo sradicato parla più lingue e, per dirla con Goethe, una persona è diversa tante volte quante sono le lingue che parla. Apolide o meglio cosmopolita, due concetti che nella mente dello sradicato coincidono. Arrivato a questo punto egli di può permettere di non avere documenti di identità. Il fanciullo che sa essere, parallelamente, totalmente insofferente e pienamente coinvolto nella realtà che lo circonda.

Lo sradicato è questo, in conclusione. Colui che sa essere al momento giusto mosca, fiore, donna o uomo e che quindi guarda il mondo da più prospettive. Le città per lui non sono che luoghi tra le quali può passare, camminare e dalle quali può allontanarsi per ritornare in un secondo momento. Essere sradicati non vuol dire cedere, mollare e disperarsi sentendo “nostalgia”.Lo sradicato è il “cavaliere inesistente” che sa dissolversi e rinascere di continuo, senza paura di andare avanti e scoprire nuove prospettive, nuove percezioni, nuove sensazioni. Senza paura di riviverle. Senza il timore di sentirsi solo: il tetto sotto cui vive è il cielo, il mondo la sua casa.


sabato 10 luglio 2010

Generazione mocciosa: è ora di uscire dalla casa del Grande Fratello




Che i giovani leggano poco è opinione diffusa e, semplicemente, dato di fatto.

D’altra parte, lo diceva pure Hemingway: “La metà degli italiani scrive. L’altra metà non legge.”

Il quadro impietoso sul nostro paese a tal proposito è delineato proprio da statistiche internazionali che di certo non ci fanno onore.


Chiediamoci allora il perché accada tutto questo.

Di motivazioni, in realtà, ce ne sono molte.Troppe. In primis il fatto che l’Italia stia diventando sempre più un paese di vecchi quindi meno scolarizzati delle nuove generazioni, un fattore che quindi conferma questa diminuzione dei lettori. La crisi, sì, anche quella non può che influire sulle statistiche che ci danno risultati preoccupanti su tutto questo.La verità invece è una sola: non c’è interesse.Non è solo colpa di questa gioventù, perché nella nostra crescita subentrano diversi fattori: famiglia, che a quanto pare non riesce a creare questo interesse, la scuola, ugualmente, il tempo che è, tante volte, insufficiente. E’ vero anche che questa passione- che c’è o non c’è- nasce da subito e non deve partire come presupposto di mero insegnamento, anzi, quando un bambino viene “ a contatto” con il libro, deve prima di tutto stabilire un buon rapporto con esso.La comunicazione, per i più piccoli, arriva in un secondo momento. Questa trasmissione però avviene per forza avendo sviluppato il punto precedente. Solo attraverso quella curiosità i lettori saranno in grado non solo di trovare piacere nelle letture di genere vasto e ampio, ma pure di percepire e recepire in maniera molto più sviluppata le parole stesse.

Parte tutto da lì. Dalle cose basilari.

Una passione, o un rigetto per la lettura che parte dall’infanzia che però- e sottolineo il però- ci accompagna fino alla fine. Semplicemente perché questo “non amare i libri” porta ad un “non amare leggere” da cui ne consegue un “non leggere -o poco- e male” per arrivare all’ultimo boccone amaro “Non essere per niente informati”. E’ pigrizia allora?Spesse volte si, perché guardando i risultati di alcune statistiche del 2006 decretavano che il 34,7 % degli italiani erano non lettori, il 28,1% lo era solo nel tempo libero. Ma per cortesia, non stiamo qua a girarci intorno: il tempo, se vuole, si trova.Sempre.


I restanti lettori si disperdevano tra professionisti e scolari che leggevano quindi per scopo professionale e gli altri non erano che lettori sull’onda Mocciosa. Risultati da far accapponare la pelle se si pensa che, arrivati alla fine del percorso dei cinque anni delle superiori, l’esame di stato ci richiede non solo di avere delle basi solide ma di aver ampliato le nostre conoscenze, integrandole con una nostra presa di coscienza che ci permette di selezionare determinate cose.Un esame che dovrebbe anche valutarci sul quanto siamo di fatto, buoni cittadini.


Bene.Detto questo vi offro un’altra interessantissima notizia: il giornale più letto è il famoso quotidiano rosa “La Gazzetta dello sport” con 400.000 copie vendute giornalmente. a questo punto dell’articolo, se così vogliamo chiamarlo, sorridete o ridete, sappiate che invece c’è da piangere e da mettersi le mani tra i capelli.

In Italia se si diventa lettori, si diventa lettori di cosa? Di Federico Moccia, lo scrittore di Harmony per adolescenti, della Gazzetta dello Sport e delle riviste di Gossip sfrenato.


Se a questo punto state ancora leggendo non ridete, perché sapete benissimo che è così.

E’ inutile che proviamo a fare paragoni: la Polonia ci mangia con una percentuale di lettori nettamente superiore alla nostra. Se pensiamo poi a paesi europei membri del G8 quali la Gran Bretagna, scopriremo che là, i giornali più letti sono il “Sun” e il “Daily Mirror” e non troverete nessun inglese, nessuno scozzese, nessun gallese, nessun irlandese che non sappia citare ed elogiare gli autori che hanno fatto la storia della letteratura mondiale.Aggiungere, lettori fatalità stranieri!Da dire, la loro cultura in un certo senso gli ha portati ad essere ben disposti nei confronti dei libri, in quanto protestanti, quindi meno vincolati ma anzi più propensi alle letture, ciò non toglie che i tempi cambino e che anche noi italiani possiamo finalmente aprire gli occhi e drizzare le orecchie.


Siamo costernati invece tra una puntata del Grande Fratello e una di Amici di Maria de Filippi, tra le sit com americane le cui stagioni ci pervengono, doppiate, in ritardo di mesi e mesi e dei telegiornali nei quali la prima notizia è il terremoto ad Haiti e la seconda il prossimo matromonio tra Clooney e la Canalis.

Riepilogando: gli italiani non leggono e se leggono si tuffano su “Moccia”, “Chi”,“ Le barzellette di Totti” e, per chiudere in bellezza, “Cioé”. Nel tempo libero- che spacciano per tempo di riposo assoluto- fanno zapping tra una sit com e un reality show.Si fanno riforme su riforme per questa scuola e poi si va a manifestare senza nemmeno conoscere le reali motivazioni che ci portano a presentarci davanti alle porte dei nostri istituti con tanto di altoparlante. Diciamocelo pure in faccia: Parliamo bene e razzoliamo male.

Poche altre parole: pensiamoci un po’ su e vediamo di uscire dalla casa del Grande Fratello, perché fuori c’è un altro mondo che non sta certo lì ad aspettarci.

venerdì 11 giugno 2010

Matematica

8.45 pm


Il gusto della fragola, non so né come, né perché, mi riporta alla mente l’immagine pubblicitaria dei limoni di Sicilia e della velina che, mordendo il frutto, rimaneva perfettamente impassibile al sapore acerbo di quell’ultimo.

Mastico un paio di volte e poi deglutisco, sgolandomi in poco tempo anche il sugo che si è formato sul fondo della tazza. Buono, dissetante al punto giusto, mi lecco persino le labbra ; poi, come se nulla fosse, dalla cucina me ne ritorno in camera mia, svanendo come un fantasma dietro la porta. Mi pesa non poco il mio ultimo disastro in matematica, un fallimento stratosferico che comincia a farsi sentire sempre più presente, svilente e lapidario sembra scorticarmi proprio dentro.

Altro flash: gli uomini sono una cima in matematica, al contrario delle donne, decisamente più abili nel parlato. Non mi consola poi molto l’articolo su Focus di oggi, visto che in classe mi sembra di essere l’unica somara che studia e nonostante tutto riesce a prendersi la seggiola quotidiana.

Sulle note di Elisa scrivo un po’, un diletto altrettanto passeggero mentre dolci parole sussurrano: “ti vorrei sollevare”. Seh.

Già meglio Lily Allen: “It’s not fair”, mi sembra abbia capito già di più il mio stato d’animo e, nonostante tutto, il ritmo incalzante di quel country misto ad un rock soft non riesce minimamente a farmi sorridere. Oh, ecco adesso arrivano altre immagini: professoressa di Francese alle prese con le Madeleines, professore di Filosofia in preda allo sconforto per questa Italia che non si rialza- e lo capisco bene!- mio fratello che si strugge su tesi di laurea di quattro zucconi figli di papà. Carini questi ricordi, ma preferirei che il compito di matematica mi fosse andato bene.

“Non fasciarti la testa prima del previsto”. Risposta calda con suggerimento concitato.

“Ma Va, va.”

Punto e a capo.

Oh, ecco altra cosa che non mi aiuta affatto: Ortografia delle parole straniere “Madelaines” e “Fair”, la mia stupidità, la mia disattenzione o forse il mio non sapere mi ha fatto scrivere di quelle schifezze- di cui mi vergogno profondamente- che mi impongono di mettere per iscritto anche questo particolare. Mi ridono in faccia quelle due paroline: “Toh, io mi scrivo così” “E io così, ignorante!”. Simpatiche! Ecco questo si mi fa ridere, mi sono messa a parlare con delle parole.

I “My chemical romance” urlano al mondo qualcosa d’indefinito, mi chiedo se siano stati presi da un attacco di asma improvvisa durante il concerto.

Asma. Questo si mi fa ridere, dato il ricordo a cui lo collego. No, non rido del problema degli asmatici, rido per una situazione che si è venuta a creare- e potete immaginare bene quale- legata ad una interruzione incomprensibile di questo problema respiratorio.

L’amour... e non dico altro, a buon intenditore poche parole.

Ma che trip mi faccio? Ah, non lo so...guardo il calendario, meno di due mesi prima degli esami. Oh my God...e il compito di matematica non è andato.

Basta, di nuovo la matematica!

Mi blocco per non andare avanti.


9.50 pm


Squilla il telefono.

“Si pronto?”

“Buona sera.”

“Chi parla, mi scusi?”

“Che curiosa che te si.”

Sorrido, è lo zio. Sgattaiolo in cucina, per portare il telefono al papà e nel mentre sgraffigno uno di quei biscotti croccantissimi che si mettono per decorare i gelati. Sgranocchiando me ne torno di sopra. Il gelato, già, quello che si sta sbaffando il papà or ora e che oggi pomeriggio ha portato Pietro. Pietro, sviolinata amara che mi fa immediatamente scordare del gusto dolce del biscotto. Ah, l’amour. Altro sorriso....Ma si può scrivere con questa punteggiatura?Altra domanda che sorge spontanea in previsione dell’esame. Vorrei ben vedere se a Joyce, a Pirandello o a Thomas Mann o a Proust si rinfacciano i loro periodi lunghi e pieni di virgole, incisi e compagnia cantante.

La risposta che io stesso mi do non tarda poi molto ad arrivare: “A loro no, a te sicuramente si.”

E lo so bene.

Sospiro e credo sia meglio riprendere in mano un po’ di Italiano, in vista dell’interrogazione. Almeno quella mi andrà bene, non come....

Matematica. No, basta, sul serio.

Adesso chiudo.




venerdì 21 maggio 2010

Io, Nietzsche e le macchinette





“Non mi è piaciuto L’eleganza del riccio.Troppo filosofico.”

“A me è piaciuto moltissimo, certo se non si conosce nulla di filosofia risulta un po’ difficile seguire le fila del discorso, però..”

“Si, ecco, proprio per questo non mi è piaciuto.Se avessero parlato di Nietzsche allora avrei saputo qualcosa...”

Friedrich? Da quando mia madre conosce il Dinamite?


“Nietzsche?Parlami di Nietzsche, mamma.”

“...Non fare la sbruffona, guarda che in matematica io non ho mai preso tre e mezzo.”

“Simpatica come la peste.”


Mia madre. Un metro e settanta per tot kili di simpatia. Una goduria.

Tante volte mi chiedo se quest’ultima sia direttamente proporzionale al suo sapersi rapportare con me, o inversamente proporzionale a quanto poco mi conosca.

Credo che siano valide entrambe queste leggi.

Mando giù il boccone amaro, matematica. L’ennesima cucchiaiata di sciroppo all’aceto di vino e limone. Aspro quanto basta.

Non mi dilungo in altri discorsi che meriterebbero ore e ore, giornate, forse anni di discussioni, tronco e le risparmio le mie concezioni filosofiche, precludendo a me e me stessa il mio amore per Nietzsche, il tutto con un secco e arido silenzio dal quale risorgerò si e no dopo poco.

Cado inevitabilmente nel banale: come va a scuola.


“Oggi dovevo entrare per le otto e un quarto. Sono arrivata con mezz’ora di anticipo, così sono andata a fare colazione.”

“Perché hai bevuto solo il the questa mattina?”

“Perché io odio prepararmi il caffé di mattina. Lo sai, mi piace trovare la moca già preparata. In ogni caso, ho bevuto un caffé al bar.”

“Al bar?”

Sbianca. L’avessi mai detto. Il tabù: il caffé. L’orrore: il caffé del bar.

“Beh, macchiatone.”

Tace. Sa che ormai il caffé gorgoglia allegro da quattro ore abbondanti nel mio stomaco. Non può far altro che tacere o acconsentire. Ovviamente annuisce: mai una volta che se ne stia zitta.

“Se è per una volta, può andare.”


Avete mai letto la coscienza di Zeno? La parte iniziale quanto meno, proprio quando il protagonista ammette senza vergogna che, di nascosto, pure sotto divieto del medico, da giovane fumava come un turco senza che i suoi sapessero.

L’immagine di un frustrato ed inetto Zeno mi si palesa davanti sorridendomi, incurvato sotto una coperta di lana grossa, la pelle giallastra, due occhiaie profonde e i sudori da febbre. La sigaretta immancabilmente tra le mani e una cortina di fumo attorno.

Ecco, mi sento particolarmente vicina a lui: mia madre che al posto di dirmi bonaria:

“Non fumare, veh!”

Mi brontola addosso qualcosa come: “Non bere troppo caffé, he!”

Non sa quanto io vada ghiotta per il caffé. Non sa che ogni giorno, ogni sacrosanto giorno, alle ore dieci e venti, i miei passi lesti mi conducono irrimediabilmente alla macchinetta sinistra del terzo piano della mia scuola, ad attendere trepidante la mia razione quotidiana di caffeina. Tasto quinto della fila di destra, a partire dall’alto. Caffé lungo. Euro ventiquattro centesimi. Furboni. Chissà quanto ci guadagnano con quel centesimo che non ritorna mai di resto, a fine giornata.

La conosco bene quella macchinetta. Ventiquattro centesimi a bicchierino. Monete che accetta: cinque centesimi, dieci centesimi, venti centesimi, cinquanta centesimi, un euro, due euro. Il bravo studente, morto di sonno, solitamente estrae dalla sua tasca venticinque centesimi. Infila le monetine nell’apposita fessura e gnam. Si sente persino il risucchio di quell’avaro marchingegno che non aspetta altro se non i nostri risparmi tintinnanti.

E il centesimo? Divorato.


Si fanno così i soldi a scuola. Con le macchinette del caffé o con quelle dei pastrocchi.

Centesimi su centesimi ingurgitati annualmente ad arricchire i proprietari di quelle gazze ladre astute e incredibilmente attraenti. Irresistibili, tra le dieci e venticinque e le undici meno venti. L’ora della merenda. Non lo sa nessuno questo. Tranne pochi: l’industriale, i professori- che ormai rassegnati si avvicinano quasi amichevolmente a quell’abominio di latta- e pochi studenti che con il passare del tempo, trovano un compagno fidato in quel pusher di caffeina e the. Io sono una di quelle poche.


Mia madre non sa.

O meglio, credo faccia finta di non saperlo, forse spera che la mia sia solo la solita canzonatura da brava figlia che, sinceramente, se ne viene fuori con le sue battute.

“Bevo tre caffé al giorno. Mattina. Mezza mattina e alle due.”











Si, forse lo sa. Però non sa altre cose.

Non sa nemmeno che i miei riferimenti al prezzo dei cappuccini ai bar, mentre chiacchiero ingenuamente con lei, si riferiscono proprio a questa mia profonda conoscenza in materia.


“A scuola, al posto dei limiti, dovremo piuttosto calcolare l’incasso annuale di ogni bravo produttore di zucchero in bustine, caffé per le macchinette e the in polvere....”

Dimentico il latte liofilizzato che appioppano a noi studenti, spacciandolo per latte schiumoso e naturale.

Appena ne sento l’odore, solitamente, la mia riposta è il sentire il classico conato di vomito salire rapidamente sino alla gola. Questo proprio perché: l’odore del latte caldo è semplicemente raccapricciante. L’odore del latte caldo scremato, schiumoso, con tanto di pellicina e zuccherato, decisamente abominevole.

Da notare: nessuno prende il latte alle macchinette. Di conseguenza: il latte in polvere delle macchinette non finisce quasi mai, o forse consumato dalle tarme. Il latte non consumato rimane lì, ad aspettare il classico scemotto che, non conoscendo i pulsanti, clicca accidentalmente quello errato, il quale è nove volte su dieci quello del latte. Morale: il latte in polvere è lì da una ventina di mesi. Dai, voglio vedere se effettivamente ogni mese cambiano il latte in polvere!


La mia sensazione è, in definitiva, più che accettabile.