
“Non mi è piaciuto L’eleganza del riccio.Troppo filosofico.”
“A me è piaciuto moltissimo, certo se non si conosce nulla di filosofia risulta un po’ difficile seguire le fila del discorso, però..”
“Si, ecco, proprio per questo non mi è piaciuto.Se avessero parlato di Nietzsche allora avrei saputo qualcosa...”
Friedrich? Da quando mia madre conosce il Dinamite?
“Nietzsche?Parlami di Nietzsche, mamma.”
“...Non fare la sbruffona, guarda che in matematica io non ho mai preso tre e mezzo.”
“Simpatica come la peste.”
Mia madre. Un metro e settanta per tot kili di simpatia. Una goduria.
Tante volte mi chiedo se quest’ultima sia direttamente proporzionale al suo sapersi rapportare con me, o inversamente proporzionale a quanto poco mi conosca.
Credo che siano valide entrambe queste leggi.
Mando giù il boccone amaro, matematica. L’ennesima cucchiaiata di sciroppo all’aceto di vino e limone. Aspro quanto basta.
Non mi dilungo in altri discorsi che meriterebbero ore e ore, giornate, forse anni di discussioni, tronco e le risparmio le mie concezioni filosofiche, precludendo a me e me stessa il mio amore per Nietzsche, il tutto con un secco e arido silenzio dal quale risorgerò si e no dopo poco.
Cado inevitabilmente nel banale: come va a scuola.
“Oggi dovevo entrare per le otto e un quarto. Sono arrivata con mezz’ora di anticipo, così sono andata a fare colazione.”
“Perché hai bevuto solo il the questa mattina?”
“Perché io odio prepararmi il caffé di mattina. Lo sai, mi piace trovare la moca già preparata. In ogni caso, ho bevuto un caffé al bar.”
“Al bar?”
Sbianca. L’avessi mai detto. Il tabù: il caffé. L’orrore: il caffé del bar.
“Beh, macchiatone.”
Tace. Sa che ormai il caffé gorgoglia allegro da quattro ore abbondanti nel mio stomaco. Non può far altro che tacere o acconsentire. Ovviamente annuisce: mai una volta che se ne stia zitta.
“Se è per una volta, può andare.”
Avete mai letto la coscienza di Zeno? La parte iniziale quanto meno, proprio quando il protagonista ammette senza vergogna che, di nascosto, pure sotto divieto del medico, da giovane fumava come un turco senza che i suoi sapessero.
L’immagine di un frustrato ed inetto Zeno mi si palesa davanti sorridendomi, incurvato sotto una coperta di lana grossa, la pelle giallastra, due occhiaie profonde e i sudori da febbre. La sigaretta immancabilmente tra le mani e una cortina di fumo attorno.
Ecco, mi sento particolarmente vicina a lui: mia madre che al posto di dirmi bonaria:
“Non fumare, veh!”
Mi brontola addosso qualcosa come: “Non bere troppo caffé, he!”
Non sa quanto io vada ghiotta per il caffé. Non sa che ogni giorno, ogni sacrosanto giorno, alle ore dieci e venti, i miei passi lesti mi conducono irrimediabilmente alla macchinetta sinistra del terzo piano della mia scuola, ad attendere trepidante la mia razione quotidiana di caffeina. Tasto quinto della fila di destra, a partire dall’alto. Caffé lungo. Euro ventiquattro centesimi. Furboni. Chissà quanto ci guadagnano con quel centesimo che non ritorna mai di resto, a fine giornata.
La conosco bene quella macchinetta. Ventiquattro centesimi a bicchierino. Monete che accetta: cinque centesimi, dieci centesimi, venti centesimi, cinquanta centesimi, un euro, due euro. Il bravo studente, morto di sonno, solitamente estrae dalla sua tasca venticinque centesimi. Infila le monetine nell’apposita fessura e gnam. Si sente persino il risucchio di quell’avaro marchingegno che non aspetta altro se non i nostri risparmi tintinnanti.
E il centesimo? Divorato.
Si fanno così i soldi a scuola. Con le macchinette del caffé o con quelle dei pastrocchi.
Centesimi su centesimi ingurgitati annualmente ad arricchire i proprietari di quelle gazze ladre astute e incredibilmente attraenti. Irresistibili, tra le dieci e venticinque e le undici meno venti. L’ora della merenda. Non lo sa nessuno questo. Tranne pochi: l’industriale, i professori- che ormai rassegnati si avvicinano quasi amichevolmente a quell’abominio di latta- e pochi studenti che con il passare del tempo, trovano un compagno fidato in quel pusher di caffeina e the. Io sono una di quelle poche.
Mia madre non sa.
O meglio, credo faccia finta di non saperlo, forse spera che la mia sia solo la solita canzonatura da brava figlia che, sinceramente, se ne viene fuori con le sue battute.
“Bevo tre caffé al giorno. Mattina. Mezza mattina e alle due.”
Si, forse lo sa. Però non sa altre cose.
Non sa nemmeno che i miei riferimenti al prezzo dei cappuccini ai bar, mentre chiacchiero ingenuamente con lei, si riferiscono proprio a questa mia profonda conoscenza in materia.
“A scuola, al posto dei limiti, dovremo piuttosto calcolare l’incasso annuale di ogni bravo produttore di zucchero in bustine, caffé per le macchinette e the in polvere....”
Dimentico il latte liofilizzato che appioppano a noi studenti, spacciandolo per latte schiumoso e naturale.
Appena ne sento l’odore, solitamente, la mia riposta è il sentire il classico conato di vomito salire rapidamente sino alla gola. Questo proprio perché: l’odore del latte caldo è semplicemente raccapricciante. L’odore del latte caldo scremato, schiumoso, con tanto di pellicina e zuccherato, decisamente abominevole.
Da notare: nessuno prende il latte alle macchinette. Di conseguenza: il latte in polvere delle macchinette non finisce quasi mai, o forse consumato dalle tarme. Il latte non consumato rimane lì, ad aspettare il classico scemotto che, non conoscendo i pulsanti, clicca accidentalmente quello errato, il quale è nove volte su dieci quello del latte. Morale: il latte in polvere è lì da una ventina di mesi. Dai, voglio vedere se effettivamente ogni mese cambiano il latte in polvere!
La mia sensazione è, in definitiva, più che accettabile.

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